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Senso di colpa e depressione

Il legame tra senso di colpa e depressione è ormai ben documentato nella letteratura scientifica. Infatti, chi soffre di depressione tende ad operare una valutazione negativa di se stesso arrivando a sperimentare un senso di colpa eccessivo ed inappropriato. E’ proprio per questo che tra i criteri diagnostici per l’episodio depressivo maggiore, viene esplicitamente inserito il senso di colpa. Beck (1967), uno dei più storici studiosi della depressione, affermava che il paziente depresso “critica, punisce e rimprovera se stesso”, arrivando a concludere che “tra i pensieri riferiti dai pazienti depressi un tema dominante riguarda l’autocritica e l’autocondanna”. Si tratta insomma di un senso di colpa che non è realistico né circoscritto a specifiche situazioni, al contrario il senso di colpa nella depressione investe l’intera persona e risulta sproporzionato rispetto alle situazioni valutate. Nel modello di Beck, il senso di colpa si lega ad una vera e propria visione negativa di se stessi e, assieme alla valutazione negativa del mondo e del futuro, costituisce l’insieme delle valutazioni negative riferite dai pazienti depressi. In alcune condizioni depressive il senso di colpa può essere talmente pervasivo da assumere le connotazioni di un delirio congruente con il tono dell’umore. In questi casi si può parlare di un vero e proprio delirio di colpa, dove il paziente si attribuisce la responsabilità di eventi negativi- effettivi o possibili- sulla base di interpretazioni erronee, totalmente sganciate dalla realtà dei fatti e impermeabili all’analisi critica. Si comprende quindi la natura multiforme della colpa nella depressione che può presentarsi come pensieri automatici negativi, rimuginio o vero e proprio stato delirante. In tutte queste connotazioni, il senso di colpa della depressione si differenzia profondamente dal senso di colpa che viene quotidianamente sperimentato dalle persone che hanno la depressione. Infatti, l’emozione della colpa fa usualmente riferimento ad una valutazione negativa di se stessi focalizzata sul comportamento, volta a regolare il comportamento morale e a prevenire l’arrecare danno agli altri o a motivare la riparazione del danno commesso. Nella depressione, tuttavia, il senso di colpa può diventare eccessivo, non contestualizzato, non riferito al proprio comportamento ma all’intera persona e perde così la funzione riparativa. La terapia cognitivo-comportamentale interviene direttamente sul senso di colpa tipico della depressione sia attraverso interventi di informazione ed educazione del sintomo sia attraverso la gestione dei processi di pensiero negativi implicati.

American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.). Arlington, VA

Beck A. T. (1967), La depressione, Bollati Boringhieri, Torino

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Rimuginio: una forma di overthinking

A tutti quanti noi è capitato di fermarsi a riflettere su una situazione in divenire o incerta, per decidere il da farsi. La mente elabora in un tempo circoscritto scenari ipotetici, soluzioni possibili, corsi di azione e conseguenze da essi derivanti. Ciò è quello che viene chiamato “problem solving”, una capacità della mente di progettare linee di azione e quindi trovare una soluzione ad un problema. Ci sono tuttavia alcune occasioni in cui, pensando ad una situazione da affrontare, la mente gira per così dire “a vuoto”. Gli scenari possibili si moltiplicano, tutti indistinti, incalzati da costanti e ricorrenti “e se..?”. Le conseguenze negative, ciascuna opaca ma terribile come la precedente, si profilano all’orizzonte, lasciandoci in uno stato di preoccupazione e ansia. In questa situazione, nessun piano di azione si sviluppa e anzi l’incertezza aumenta. Questo secondo scenario è ciò che in psicologia viene chiamato “rimuginio”. Con esso viene identificato uno stile di pensiero analitico e ripetitivo, focalizzato su scenari negativi astratti e privi di dettagli. Il rimuginio è quindi un processo di pensiero disfunzionale, strettamente associato all’ansia, di cui è sia un fattore aggravante che di mantenimento. La mente può iniziare a rimuginare mossa da alcuni scopi o obiettivi, di cui magari si è solo parzialmente consapevoli. Ad esempio, potremmo iniziare a rimuginare nel tentativo di essere ben preparati di fronte a una situazione incerta, oppure per risolvere una situazione problematica o ancora per sentirci pronti a fronte di conseguenze negative (una sorta di scudo emozionale, per attutire il colpo in anticipo). Si parla quindi del rimuginio come di un processo semi-automatico, che decidiamo di iniziare senza magari esserne così consapevoli. Questo aspetto risulta importante per fronteggiare eventuali credenze di incontrollabilità del rimuginio, in cui la persona sente di averne perso il controllo e la gestione, fino a temere conseguenze sul piano della propria salute fisica o psicologica. Il rimuginio è presente come sintomo in modo trasversale a diversi disturbi, tra i quali i più comuni sono i disturbi d’ansia (soprattutto il disturbo di panico), il disturbo ossessivo compulsivo e l’insonnia. Quando il rimuginio diventa invalidante, impatta cioè sul funzionamento quotidiano della persona e interferisce con il suo benessere, può essere utile una valutazione psicologica per inquadrarne la tipologia e procedere con un intervento di psicoterapia, tipicamente di tipo cognitivo-comportamentale.

Wells A., “Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione”, Erickson, 2018