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Il ruolo dei pensieri nella depressione

La depressione include sintomi relativi ai propri vissuti emotivi ma anche sintomi di natura comportamentale, neurofisiologica, volitiva e cognitivi. Questi ultimi, cioè i processi di pensiero presenti durante nella depressione, furono particolarmente studiati negli anni ‘70 da Aaron Beck, considerato “padre” fondatore della psicoterapia cognitiva e un grande innovatore nella cura dei disturbi d’ansia e dell’umore. A differenza dell’approccio psicoanalitico, al tempo dominante, che si concentrava sull’individuazione e risoluzione di conflitti inconsci, Beck iniziò a prestare attenzione al flusso dei pensieri dei pazienti. In questo modo scoprì che i pensieri presenti nella depressione erano responsabili di una grande sofferenza psicologica. Questi pensieri furono chiamati “automatici”, sottolineando che non erano prodotti in modo volontario dai pazienti ma si presentavano invece spontaneamente nella mente della persona, e quindi non erano immediatamente disponibili alla consapevolezza. Ecco nascere un nuovo modello di intervento, per il quale la terapia diventa contesto di allenamento ad individuare quei pensieri automatici che ci passano per la testa e a cui spesso non facciamo attenzione. Questi pensieri, scoprì Beck, sono spesso distorti e non oggettivi, irrazionali. La loro presenza finisce per essere condizionante sia per l’umore della persona che per le sue scelte ed i suoi comportamenti. In questo senso i pensieri automatici sono stati identificati proprio con il nome di “bias” a sottolinearne la natura illogica e disfunzionale. Proseguendo nei suoi studi Beck scoprì che i bias cognitivi nella depressione sono afferenti a tre diversi domini, che egli chiamò triade cognitiva, dato che era caratterizzata da una visione negativa di Sé, del mondo e del futuro. Chi soffre di depressione, infatti, presenta pensieri di autosvalutazione e colpa, una visione del mondo come ostile e minaccioso e una percezione del futuro di tipo pessimistico e senza speranza. Oltre ad identificare i pensieri automatici negativi, la terapia cognitiva proposta da Beck ha messo a punto anche strumenti per la loro gestione: infatti intervenendo su questi pensieri e modificandone il contenuto, è possibile ottenere benefici per l’umore ed una riduzione dei sintomi depressivi. L’intervento sui pensieri automatici resta tutt’oggi uno degli ingredienti fondamentali della terapia cognitivo-comportamentale che è la psicoterapia di prima scelta per il trattamento dei disturbi depressivi.

Beck, A.T. (1992) “La depressione”, Bollati Boringhieri

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Depressione: come affrontare le ricadute?

Il disturbo depressivo tende ad essere una condizione ricorrente; è purtroppo possibile l’insorgenza di una ricaduta. La probabilità di questa occorrenza dipende da vari fattori, tra cui i più rilevanti sono il numero di episodi depressivi sperimentati in passato e la presenza di sintomi residuali.

L’approccio più frequente per la prevenzione e la gestione delle ricadute depressive è il prolungamento della terapia farmacologica. Questo approccio presenta tuttavia numerosi svantaggi. In primo luogo, l’efficacia degli antidepressivi tende a ridursi nel tempo. Inoltre, una somministrazione farmacologica prolungata comporta possibili effetti collaterali (come aumento di peso, problematiche della sfera sessuale, rischi di fratture e osteoporosi). E’ necessario poi prendere in considerazione lo stato di salute del paziente e le eventuali malattie in corso, per i possibili effetti di interazione tra malattie organiche e antidepressivi. Bisogna infine notare che una volta sospeso il trattamento farmacologico, la possibilità di ricaduta non risulta più contenuta dalla precedente assunzione del farmaco e la persona si trova nuovamente esposta a questo rischio.

Un approccio alternativo al problema deriva dall’adottare il modello stadiale, secondo il quale piuttosto che valutare la sintomatologia in corso in un determinato momento temporale è utile vederne la progressione longitudinale, cioè nel tempo. I disturbi dell’umore tendono a seguire una evoluzione, considerando la quale è possibile proporre il trattamento più efficace per quel determinato momento della malattia. Secondo il modello stadiale, i sintomi residuali presenti al termine di un episodio depressivo sono da inquadrare come fattori di rischio di una possibile ricaduta ed intervenire su questi ha quindi uno scopo preventivo.

Se, tradizionalmente, è stato proposto un approccio combinato – usando in simultanea farmacoterapia e psicoterapia- le recenti evidenze suggeriscono che ciò apporti un incremento minimo dell’efficacia della sola farmacoterapia o della sola psicoterapia. In letteratura è stato quindi proposto un modello sequenziale, in cui le due tipologie di intervento sono introdotte non simultaneamente ma appunto in sequenza nel tempo. Nello specifico, durante la fase acuta della depressione può essere proposta la terapia farmacologica. Risolto l’episodio depressivo, può essere proposta la psicoterapia per far fronte ai sintomi residui. Questa tipologia di approccio richiede di impostare un piano di cura in accordo con il paziente, che deve essere coinvolto fin dalla progettazione dell’intervento, valutando eventuali dubbi e livello di motivazione.

Cosci F, Guidi J, Mansueto G, Fava GA. Psychotherapy in recurrent depression: efficacy, pitfalls, and recommendations. Expert Rev Neurother. 2020 Nov;20(11):1169-1175. doi: 10.1080/14737175.2020.1804870. Epub 2020 Aug 10. PMID: 32735486.

Cosci F, Mansueto G, Fava GA. Relapse prevention in recurrent major depressive disorder. A comparison of different treatment options based on clinical experience and a critical review of the literature. Int J Psychiatry Clin Pract. 2020 Nov;24(4):341-348. doi: 10.1080/13651501.2020.1779308. Epub 2020 Jul 27. PMID: 32716222.

Guidi J, Tomba E, Cosci F, Park SK, Fava GA. The Role of Staging in Planning Psychotherapeutic Interventions in Depression. J Clin Psychiatry. 2017 Apr;78(4):456-463. doi: 10.4088/JCP.16r10736. PMID: 28297594.