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Rimuginio: una forma di overthinking

A tutti quanti noi è capitato di fermarsi a riflettere su una situazione in divenire o incerta, per decidere il da farsi. La mente elabora in un tempo circoscritto scenari ipotetici, soluzioni possibili, corsi di azione e conseguenze da essi derivanti. Ciò è quello che viene chiamato “problem solving”, una capacità della mente di progettare linee di azione e quindi trovare una soluzione ad un problema. Ci sono tuttavia alcune occasioni in cui, pensando ad una situazione da affrontare, la mente gira per così dire “a vuoto”. Gli scenari possibili si moltiplicano, tutti indistinti, incalzati da costanti e ricorrenti “e se..?”. Le conseguenze negative, ciascuna opaca ma terribile come la precedente, si profilano all’orizzonte, lasciandoci in uno stato di preoccupazione e ansia. In questa situazione, nessun piano di azione si sviluppa e anzi l’incertezza aumenta. Questo secondo scenario è ciò che in psicologia viene chiamato “rimuginio”. Con esso viene identificato uno stile di pensiero analitico e ripetitivo, focalizzato su scenari negativi astratti e privi di dettagli. Il rimuginio è quindi un processo di pensiero disfunzionale, strettamente associato all’ansia, di cui è sia un fattore aggravante che di mantenimento. La mente può iniziare a rimuginare mossa da alcuni scopi o obiettivi, di cui magari si è solo parzialmente consapevoli. Ad esempio, potremmo iniziare a rimuginare nel tentativo di essere ben preparati di fronte a una situazione incerta, oppure per risolvere una situazione problematica o ancora per sentirci pronti a fronte di conseguenze negative (una sorta di scudo emozionale, per attutire il colpo in anticipo). Si parla quindi del rimuginio come di un processo semi-automatico, che decidiamo di iniziare senza magari esserne così consapevoli. Questo aspetto risulta importante per fronteggiare eventuali credenze di incontrollabilità del rimuginio, in cui la persona sente di averne perso il controllo e la gestione, fino a temere conseguenze sul piano della propria salute fisica o psicologica. Il rimuginio è presente come sintomo in modo trasversale a diversi disturbi, tra i quali i più comuni sono i disturbi d’ansia (soprattutto il disturbo di panico), il disturbo ossessivo compulsivo e l’insonnia. Quando il rimuginio diventa invalidante, impatta cioè sul funzionamento quotidiano della persona e interferisce con il suo benessere, può essere utile una valutazione psicologica per inquadrarne la tipologia e procedere con un intervento di psicoterapia, tipicamente di tipo cognitivo-comportamentale.

Wells A., “Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione”, Erickson, 2018

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Amplificazione somatosensoriale: di cosa si tratta?

E’ certamente esperienza comune che persone diverse possono sperimentare le sensazioni fisiche i in modo molto diverso tra loro. Così, ad esempio, la difficoltà digestiva o la febbre durante l’influenza possono risultare in intensità soggettive diverse e destare vissuti emotivi diversi. Se questo è un aspetto osservabile durante la quotidianità, risulta evidentemente una questione rilevante in contesti medici dove da tempo si indagano le differenze individuali nel riferire i sintomi. E’ in questa cornice  che Barsky ha coniato il termine “amplificazione somatosensoriale”, definita come la tendenza a sperimentare le sensazioni fisiche come intense, dannose e disturbanti.

L’amplificazione somatosensoriale ha secondo Barsky 3 componenti: 1) un’ipervigilanza e l’attenzione fortemente focalizzata sulle sensazioni fisiche; 2) la tendenza a selezionare e focalizzarsi su sensazioni fisiche deboli e infrequenti; 3) la tendenza a reagire a sensazioni fisiche con stati emotivi e processi cognitivi che li amplificano e li rendono più disturbanti e allarmanti. La persona, cioè, attiverebbe un’interpretazione di queste sensazioni come pericolose per la propria salute o anche per la propria integrità fisica, portando ciò a vissuti di ansia e conseguente attivazione fisiologica che, in un vero e proprio circolo vizioso, finisce per rafforzare l’intensità delle sensazioni fisiche iniziali. E’ quindi un costrutto complesso e multidimensionale. Inizialmente Barsky introdusse il costrutto per spiegare come mai i pazienti sperimentassero le stesse condizioni mediche/sintomi fisici in modo differente. Tuttavia, il costrutto ha implicazioni ben più ampie ed è stato da tempo individuato come trasversale a diverse condizioni psicopatologiche, quali ipocondria, depressione e disturbi d’ansia. L’amplificazione somatosensoriale è quindi una componente importante nel mantenimento nel tempo della sintomatologia ansiosa. La psicoterapia cognitivo-comportamentale consente di modulare questa manifestazione clinica insegnando al paziente a riconoscere e a gestirne la presenza.

Barsky AJ, Goodson JD, Lane RS, Cleary PD. The amplification of somatic symptoms. Psychosom Med. 1988 Sep-Oct;50(5):510-9. doi: 10.1097/00006842-198809000-00007. PMID: 3186894.

Köteles F, Witthöft M. Somatosensory amplification – An old construct from a new perspective. J Psychosom Res. 2017 Oct;101:1-9. doi: 10.1016/j.jpsychores.2017.07.011. Epub 2017 Jul 27. PMID: 28867412.

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Cybercondria: quando ricercare informazioni per la salute diventa un problema di salute

Alzi la mano chi non ha mai ricercato un’informazione online riguardo la propria salute. Internet ha messo a disposizione una grande mole di informazioni e la salute, come tutti gli altri settori, è diventata destinataria di divulgazione e di ricerca di informazioni. Enti e istituzioni hanno dedicato sforzi e risorse per sfruttare il canale del web ai fini di sensibilizzare la popolazione su rischi o buone pratiche per la salute. Allo stesso tempo, questo ambito presenta potenziali rischi.  Malattie, sintomi, farmaci o più generiche prescrizioni mediche possono diventare oggetto di un controllo; per una verifica, per curiosità, per dare giusto una “sbirciatina” prima di tornare dal proprio medico. Come ormai sappiamo, anche questa pratica che sembra innocua può risultare nociva, dal momento che le informazioni ottenute non sono sempre verificabili o attendibili e necessitano di competenze specifiche per poter essere comprese, contestualizzate e tradotte in indicazioni mediche appropriate. Oltre a questi rischi generali e trasversali, la ricerca online di informazioni sulla propria salute può costituire  un problema. Gli studiosi hanno coniato il termine “cybercondria”, un neologismo che deriva dall’unione delle parole “cyber” e “ipocondria”. Con questo termine viene fatto riferimento a ripetute ricerche online di informazioni sulla propria salute, associate ad una forte ansia a riguardo. In questo senso si tratta di una vera e propria forma d’ansia nel momento in cui la ricerca diventa persistente ed eccessiva, difficile da controllare, genera dubbi sempre maggiori e preoccupazioni sempre più grandi, interferendo così con la qualità della vita della persona. L’individuo spesso inizia la ricerca online per ottenere una rassicurazione circa la propria condizione medica, trovandosi poi esposto ad una disparata serie di informazioni che possono essere in contraddizione tra loro. Le informazioni così ottenute possono alimentare pensieri catastrofici e salti alle conclusioni su patologie ben più gravi, lasciando la persona preda di una forte ansia e incertezza.

La terapia cognitivo-comportamentale rappresenta una forma di intervento psicologico, verificato in letteratura, per valutare il problema presentato e strutturare un efficace piano di intervento.

Newby JM, McElroy E. The impact of internet-delivered cognitive behavioural therapy for health anxiety on cyberchondria. J Anxiety Disord. 2020 Jan;69:102150. doi: 10.1016/j.janxdis.2019.102150. Epub 2019 Oct 31. PMID: 31739276.

Starcevic V. Cyberchondria: Challenges of Problematic Online Searches for Health-Related Information. Psychother Psychosom. 2017;86(3):129-133. doi: 10.1159/000465525. Epub 2017 May 11. PMID: 28490037.

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La “Well-being therapy” per i disturbi d’ansia

I disturbi d’ansia includono un’ampia serie di condizioni sintomatiche diverse tra loro. Un’efficace presa in carico comporta quindi non soltanto una indispensabile diagnosi ma anche una valutazione clinica più articolata che permetta di far fronte all’eterogeneità dei sintomi e anche a quelle problematiche che impattano sulla qualità di vita della persona e sul suo funzionamento. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Si tratta quindi di un benessere a tutto tondo dell’individuo, che alcuni autori hanno ricondotto al concetto di “eutimia”. L’eutimia è caratterizzata dall’assenza di disturbi dell’umore ma anche dalla presenza di alcune caratteristiche positive come sentirsi calmo, attivo e interessato alle cose, avere un sonno  ristoratore, avere una visione della vita che guida le proprie azioni e consente di fronteggiare le situazioni di stress, generando quindi resilienza e tolleranza alla frustrazione.

La Well-Being Therapy è un approccio terapeutico a breve termine che ha come obiettivo il raggiungimento di uno stato di eutimia. L’approccio si basa sull’auto osservazione dei momenti di benessere, così da potenziarne la presenza quotidiana sia attraverso la ristrutturazione di pensieri limitanti sia attraverso azioni specifiche, concrete e concordate (ne abbiamo parlato qui).

La letteratura ha già iniziato ad indagare l’efficacia della Well-Being Therapy per il disturbo d’ansia generalizzata e per il disturbo di panico come intervento successivo ad una terapia di tipo cognitivo-comportamentale rispetto al trattamento con la sola terapia cognitivo-comportamentale. L’aggiunta della  Well-Being Therapy consente di potenziare il benessere psicologico (oggetto diretto di questo approccio) e migliorare l’efficacia della terapia cognitivo-comportamentale nella riduzione dei sintomi d’ansia.

L’opportunità di un percorso di Well-Being Therapy deve essere considerato alla luce di una approfondita valutazione sintomatologica da porre in relazione con un esame delle altre eventuali problematiche della persona e del suo funzionamento complessivo.

Cosci F. Well-Being Therapy in a Patient with Panic Disorder Who Failed to Respond to Paroxetine and Cognitive Behavior Therapy. Psychother Psychosom. 2015;84(5):318-9. doi: 10.1159/000430789. Epub 2015 Aug 6. PMID: 26279178.

Cosci F. Well-Being Therapy in Anxiety Disorders. Adv Exp Med Biol. 2020;1191:465-485. doi: 10.1007/978-981-32-9705-0_24. PMID: 32002942.

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Preoccupazioni per la salute

È esperienza comune e diffusa quella di preoccuparsi riguardo a sensazioni o sintomi fisici: di fatto a molti sarà capitato almeno una volta di mettersi in ascolto di sensazioni corporee più o meno dolorose, per captarne l’evoluzione e decidere il da farsi.

Tuttavia quando la preoccupazione per la propria condizione di salute diventa intensa, duratura e non si placa a fronte di accertamenti medici rassicuranti, allora potrebbe trattarsi di un disturbo d’ansia; il disturbo d’ansia da malattie.

In questa condizione si ha una costante e sproporzionata preoccupazione per la salute, che può portare la persona ad un evitamento sistematico di ambienti medico-ospedalieri e di informazioni riguardanti malattie (nel tentativo di non innescare relativi timori e rinunciando allo stesso tempo alla possibilità di disconfermarli) oppure alla ricerca continuativa di pareri e visite mediche (in un alternarsi di momentanea rassicurazione e successiva ricomparsa del timore). In questo secondo caso, un ruolo importante può avere la ricerca online di informazioni mediche: quando questa strategia viene adoperata in modo massiccio e persistente, alcuni autori parlano di cybercondria. Questo tipo di comportamento aumenta di fatto la probabilità di interpretazioni catastrofiche delle proprie sensazioni fisiche, espone la persona ad informazioni multiple, contraddittorie e a volte false, promuove un rimuginio ansioso e un’attenzione ancorata al corpo.

Come si può desumere da quanto fin qui descritto, il disturbo d’ansia da malattie vede presente sia una componente cognitiva (interpretazioni catastrofiche di sensazioni o sintomi fisici effettivamente presenti) sia una componente comportamentale (ricerca e/o evitamento di informazioni e rassicurazioni): questi due aspetti tendono a rinforzarsi vicendevolmente mantenendo quindi attiva la preoccupazione e rendendo ininfluenti eventuali informazioni positive circa il proprio stato di salute.
La terapia cognitivo-comportamentale permette di affrontare questo disturbo d’ansia, intervenendo sia sulla componente cognitiva che su quella comportamentale in modo collaborativo con il paziente.